Castel di Guido, villa delle Colonnacce 

La villa delle Colonnacce sorgeva nel territorio dell’antica Lorium, località ricordata dagli itinerari romani come prima tappa lungo la via Aurelia. Come molte ville del suburbio di Roma, non era solo una residenza di rappresentanza, ma anche un’azienda agricola legata alla gestione e allo sfruttamento del territorio. Il complesso fu eretto sul colle detto Quarto delle Colonne tra il II e il I secolo a.C.: in questa fase iniziale le strutture murarie erano in opera incerta e poggiavano su ampi terrazzamenti sostenuti da una robusta struttura articolata in nicchie. 

Nel I secolo d.C. la villa fu ristrutturata e ampliata; gli spazi vennero organizzati in modo più definito, distinguendo l’area destinata alla vita dei proprietari da quella riservata alle attività produttive. L’ingresso principale si trovava a nord-ovest, collegato a una strada secondaria della via Aurelia, mentre sul lato opposto era presente un accesso di servizio, utilizzato per i rifornimenti e il lavoro agricolo. 

Oggi si conserva solo una parte del complesso, ma è possibile ricostruirne l’impianto generale. A ovest si estendeva la zona residenziale, con l’atrio (lo spazio centrale della casa) e un giardino porticato, ossia un’area verde circondata da colonne. Intorno si disponevano ambienti di rappresentanza, probabilmente decorati con particolare cura. Accanto alla residenza era presente anche un piccolo impianto termale privato. 

A est si sviluppava invece il settore produttivo, legato alla lavorazione del vino: vi erano spazi aperti, grandi contenitori in terracotta per la fermentazione e un ambiente con torchio per la spremitura. La villa rimase in uso per diversi secoli, ma le ultime attestazioni certe risalgono tra la fine del III e il IV secolo d.C., quando la frequentazione appare ormai ridotta. Gli scavi, avviati negli anni Settanta del Novecento, hanno restituito mosaici e pitture di notevole interesse, oggi conservati al Museo Nazionale Romano, sede di Palazzo Massimo.

Castel di Guido, villa delle Colonnacce, decorazione pittorica 

Nella villa delle Colonnacce, lo “studiolo” (ambiente 35) e due piccoli cubicoli, gli ambienti 15 e 16, hanno restituito importanti resti di decorazione pittorica. 

La decorazione più significativa è quella dello studiolo, recuperata negli scavi del 1977 e in gran parte ricomposta. Oggi è esposta a Palazzo Massimo, dove sono visibili tre pareti, compresa la parte superiore semicircolare della parete breve. 

Le superfici erano articolate in fasce ordinate: in basso una zoccolatura scura, al centro le scene principali e in alto leggere architetture sottili, con funzione prevalentemente ornamentale. Nello studiolo compaiono anche soggetti mitologici: su una parete sono raffigurati Marte e Venere, su un’altra Perseo e Andromeda. La terza scena presenta un edificio colonnato con un trofeo d’armi e figure disposte attorno a un personaggio seduto, avvolto in un mantello, che tiene nella mano sinistra un uccello di colore bruno. Non sembra trattarsi di un episodio mitologico, ma piuttosto di una scena celebrativa, forse riferita al proprietario della villa, verosimilmente un personaggio di alto rango vicino alla famiglia imperiale giulio-claudia. 

Le pitture sono riconducibili al cosiddetto “terzo stile”, o stile ornamentale, diffuso a Roma proprio in età giulio-claudia. Anche i frammenti provenienti dai cubicoli 15 e 16, rinvenuti negli scavi del 2001 e conservati a Palazzo Massimo, mostrano caratteristiche analoghe: pannelli chiari con decorazioni leggere di motivi decorativi vegetali, rami, foglie, fiori e bacche, coerenti con l’insieme decorativo dello studiolo.

Bottaccia, complesso residenziale 

A circa 650 metri a sud-ovest del Casale della Bottaccia, le riprese effettuate con il drone e le immagini satellitari hanno messo in evidenza alcune anomalie del terreno che suggeriscono la presenza di strutture sepolte. Sulla base di questi dati è stata ricostruita una pianta generale del complesso, che sembra riferibile a un grande complesso residenziale.   

L’impianto si estende da est a ovest per circa 100 metri, sulla sommità di un promontorio di tufo, ed è articolato in più nuclei disposti su terrazze, con numerosi ambienti. Nella parte più alta si riconosce un atrio centrale con peristilio (un cortile-giardino circondato da colonne), attorno al quale si distribuiscono tre edifici rettangolari divisi in diverse stanze. A est dell’atrio sono visibili due file parallele di pilastri, interpretabili come una grande cisterna a tre navate (ampio serbatoio per la raccolta dell’acqua), oltre ad uno spazio aperto circondato da ambienti di varie dimensioni. Altre tracce indicano che il complesso si estendeva anche verso sud-est e verso nord. A sud-est potrebbe trovarsi la parte produttiva della villa, la cosiddetta pars rustica, e forse anche un tratto di strada scavato nel banco che permetteva l’accesso all’area. A nord, invece, si riconoscono terrazzamenti e una struttura di forma ovale nell’area boschiva più vicina; poco più distante si individua un secondo impianto di dimensioni e orientamento simile al primo, anch’esso organizzato intorno ad un cortile centrale con ambienti disposti tutti attorno. 

Per dimensioni e organizzazione, queste strutture richiamano un’importante residenza d’età imperiale. Già nell’Ottocento, Antonio Nibby collegò quest’area alla dimora in cui sarebbe cresciuto e morto Antonino Pio, frequentata anche da Marco Aurelio. A rafforzare questa ipotesi sono i numerosi reperti di pregio rinvenuti nel tempo, come sculture e pezzi architettonici, tra cui un capitello con i ritratti di Antonino Pio e Faustina Maggiore.  

Bottaccia, capitello corinzieggiante figurato 

Il capitello fu rinvenuto nei pressi della via Aurelia, in località Tenuta Bottaccia, area che in età romana corrispondeva all’antica Lorium, prima statio dell’Aurelia. Il sito era noto per la presenza di ville suburbane e per il palazzo imperiale fatto edificare da Antonino Pio, dove soggiornò anche Marco Aurelio.  

Realizzato in marmo bianco a grana fine, il capitello si conserva per un’altezza massima di circa 1,20 m. La superficie, oggi fortemente corrosa, presenta numerose scheggiature, soprattutto nella parte inferiore.  

La decorazione, particolarmente elaborata, si sviluppa a partire da due corone sovrapposte di foglie: quella inferiore è composta da foglie d’acanto dai margini frastagliati, con lobi incisi da profondi solchi; nella corona superiore, accanto alle foglie d’acanto, compaiono su ciascuna faccia, in posizione centrale, foglie d’acqua. Ai lati di queste si impostano steli e motivi vegetali: su due facce contrapposte gli steli sono verticali e terminano in ricche infiorescenze che sorreggono piccoli cespi d’acanto sovrapposti; sulle altre due, invece, si incurvano e si incrociano sopra le foglie centrali. Nella parte superiore sono raffigurati un pavone e un’aquila, ciascuno poggiante su un cespo d’acanto. Entrambi sostengono sul dorso un clipeo, leggermente inclinato in avanti, al centro del quale sono scolpiti due busti: uno femminile e uno maschile loricato e paludato, identificabili con Faustina Maggiore — riconoscibile dalla tipica acconciatura con treccia avvolta sulla sommità del capo — e con Antonino Pio. Il pavone, attributo di Giunone, e l’aquila, attributo di Giove, richiamano il tema dell’apoteosi imperiale, ossia la divinizzazione dell’imperatore e della consorte dopo la morte. Sulla base di tali elementi iconografici, il capitello è databile agli anni immediatamente successivi al 161 d.C., quando Antonino Pio fu divinizzato, dopo la precedente divinizzazione di Faustina del 141 d.C.  

Si ritiene che il capitello fosse originariamente collocato sulla sommità di una colonna alta circa 10 m e che appartenesse a un monumento celebrativo di carattere commemorativo. È stato ipotizzato che potesse sostenere un’aquila bronzea oppure, in associazione con una colonna gemella, un architrave.  

Montespaccato, villa con balneum e tombe  

Indagini preliminari avviate dal 1994 nell’area sud-occidentale in località Montespaccato hanno restituito un articolato quadro stratigrafico, utile alla ricostruzione del settore suburbano nord-occidentale di Roma. Le evidenze principali riguardano un complesso edilizio situato lungo il tracciato dell’antica via Cornelia. 
Alla fase medio-repubblicana appartiene un ambiente quadrangolare, riconosciuto dalle impronte di muri in blocchi di tufo poi asportati. Tra III e II secolo a.C. nuove murature in tufo definiscono un edificio a pianta rettangolare aperto sul fronte. In età tardo-repubblicana e primo-imperiale il complesso viene ampliato verso nord con l’aggiunta di alcuni vani. L’ambiente più orientale conserva una vasca con piccola esedra rivestita in marmo; in due ambienti occidentali si riconoscono lacerti della pavimentazione originaria e i resti di un probabile praefurnium. La quota più bassa di tali ambienti rispetto al resto dell’edificio suggerisce la presenza originaria di un sistema di riscaldamento ad ipocausto. In uno dei vani sono stati rinvenuti crolli di intonaci e stucchi decorati databili alla fine del I secolo d.C. Nel complesso, le strutture sono interpretabili come una villa di prima età imperiale dotata di balneum. In età tardo-imperiale l’edificio subisce trasformazioni che sembrano indicare una riconversione a funzione produttiva. 

Nel settore settentrionale è stata individuata un’ampia necropoli con due mausolei attorno ai quali si dispongono numerose tombe a fossa, databili tra II e III secolo d.C. Le sepolture, ricavate nel banco tufaceo o nel terreno, sono coperte da tegole disposte in piano, a spiovente semplice o “alla cappuccina”; si tratta di inumazioni generalmente prive di corredo. 

Il mausoleo N è composto da quattro ambienti rettangolari paralleli orientati N-S, in opera listata, e ospita quattro sepolture singole e una plurima. Il mausoleo M, anch’esso in opera listata e parzialmente ricavato nel banco tufaceo, presenta pianta quadrangolare con quattro loculi laterali dotati di copertura ad arco disposti attorno a un vano centrale. L’interno era probabilmente decorato con pitture, stucchi e rivestimenti marmorei; un frammento iscritto menziona un membro della gens Sulpicia, alla quale potrebbe essere riferito il monumento. 

Ottavia, collezione custodita presso il Casale della Lucchina, epigrafe funeraria 

La collezione conservata presso il Casale della Lucchina, in località Ottavia (tenuta Colonna), raccoglie reperti in gran parte di provenienza locale, che documentano l’utilizzo del territorio in epoca romana. 

La maggior parte dei materiali è legata a ville rustiche: elementi architettonici (colonne, capitelli, basi, frammenti di trabeazione), oggetti d’arredo e frammenti di elementi scultorei. Sono presenti anche reperti connessi alla lavorazione agricola, tra cui basi di torchi in travertino e macine. 

Alcuni ritrovamenti indicano inoltre la presenza di un’area funeraria: un sarcofago in terracotta, frammenti di un sarcofago marmoreo a forma di tinozza (lenòs) decorato con panoplia (un’armatura completa), un’ara priva di iscrizione, parte di un pulvino d’ara e tre iscrizioni funerarie. Completano la raccolta quattro mattoni bollati di età romana, oggi inseriti nella muratura di uno degli edifici della tenuta. 

Le iscrizioni sono oggi visibili sul muretto di delimitazione di un’aiuola e sulla parete di una piccola dependance.  La più significativa è una lastra in marmo, con l’iscrizione con lettere capitali su sette righe regolari. Alla formula d’apertura D(is) M(anibus), gli spiriti dei defunti, segue il nome della defunta Postumia Augurina Quietilla, figlia di Lucio Postumio Bellicoe diAnicia Quieta. L’iscrizione si data tra il I e il II secolo d.C. sulla base della formula iniziale e delle caratteristiche paleografiche. 

Selva Candida, area sepolcrale, impianti idraulici 

Nell’area di servizio Selva Candida, ai margini della borgata Ottavia e in prossimità del Ninfeo della Lucchina, gli sbancamenti tardo-novecenteschi e le indagini preventive del Piano di Zona B51 (via Ponderano, lungo l’attuale via di Selva Candida) hanno restituito un articolato complesso di evidenze archeologiche. Nel comprensorio compreso tra un diverticolo della via Triumphalis e l’asse di raccordo con l’antica via Cornelia, sono documentati tracciati viari, nuclei necropolari e un insediamento rurale, attestando la continuità insediativa dall’età orientalizzante alla tarda età imperiale. 
Gli scavi hanno inoltre portato alla luce una necropoli sviluppata lungo un diverticolo basolato della via Trionfale, con ogni probabilità connessa al sistema di ville rustiche presenti nell’area. Il complesso comprende un recinto quadrangolare e un edificio funerario monumentale a pianta rettangolare con due vani orientati NNE-SSO; nelle immediate vicinanze sono state rinvenute tombe a fossa prevalentemente orientate E-O. A ovest si sviluppa un sistema idraulico, costituito da una cisterna e da cunicoli tra loro collegati, verosimilmente funzionale all’alimentazione del Ninfeo della Lucchina. La necropoli presenta almeno due fasi di utilizzo, tra la tarda età repubblicana e l’età imperiale avanzata, in relazione con una villa situata nella vicina tenuta Colonna. 

Più a sud-ovest, lungo via di Selva Candida, è stato messo in luce un tratto di strada tagliata nel banco tufaceo, con orientamento NO-SE, con solchi di carri ancora visibili. Alla base della parete orientale si apre una tomba a camera databile in epoca etrusca (VII sec. a.C.), preceduta da un dromos, che ha restituito materiali in impasto, bucchero e bronzo. Lungo lo stesso asse si dispone inoltre una necropoli romana con almeno 38 tombe a fossa, per lo più alla cappuccina (I–II sec. d.C.), e poco più a nord un’area con abbondanti frammenti fittili, interpretata come possibile insediamento rurale. 

Nel complesso, l’area di Selva Candida si configura come uno spazio di connessione tra viabilità, ambiti funerari e insediamenti produttivi, con una lunga continuità di frequentazione dall’età etrusca alla tarda età imperiale. 

Via di Boccea 922, proprietà Pianella-Cascina di Sotto, cippo funerario 

In via di Boccea 922, nella proprietà Pianella–Cascina di Sotto, nei pressi dell’incrocio con via della Storta, si conserva un grande cippo funerario iscritto. Nel maggio 2022 è stato oggetto di un attento restauro, che ha restituito piena leggibilità all’iscrizione.  

Il cippo consiste in un grosso blocco di marmo bianco, alto oltre due metri, lavorato sulla fronte e sui lati, mentre il retro è rimasto grezzo. La sommità è liscia e leggermente arcuata, presenta piccole decorazioni laterali; e al di sotto corre una fascia modanata. Ai lati figurano un urceus (una brocchetta) e una patera, (un piattino usato per le offerte rituali); al centro, entro uno specchio epigrafico rettangolare, è incisa l’iscrizione di nove righe.  

Il testo si apre con la dedica “agli Dei Mani”, gli spiriti dei defunti, e ricorda Quinto Cornelio Procliano, morto a 15 anni, 8 mesi e 12 giorni. Il cippo fu fatto erigere dalla madre, Valeria Calpurnia Scopele, che lo dedica al “figlio piissimo”, amatissimo e molto caro. I nomi non risultano attestati in altre iscrizioni note: si ipotizza, quindi, che il giovane fosse figlio adottivo o liberto (ex schiavo liberato) di un Quinto Cornelio, mentre la madre potrebbe essere stata di condizione servile e di origine greca. Il cippo è databile al II secolo d.C.

Via di Boccea 922, proprietà Pianella-Cascina di Sotto, tracciati viari e sepolture 

Tra il 2004 e il 2006, nella proprietà Pianella–Cascina di Sotto, in via di Boccea 922, gli scavi per la posa delle condotte delle acque reflue hanno riportato alla luce due tratti di strade antiche lastricate. Nel 2024 l’area è stata di nuovo interessata da lavori, questa volta per la manutenzione e la valorizzazione del percorso localizzato vicino al confine est del lotto, all’incrocio con via della Storta. 

Il primo tratto di strada, a nord del fosso di Galeria, correva in direzione sud-est/nord-ovest ed è stato identificato con l’antica via Cornelia. E’ stato rimesso in luce per circa 23 metri di lunghezza, per una larghezza di poco più di 3 metri. Il percorso è quasi rettilineo, ma verso est piega leggermente, forse per raggiungere il ponte sul fosso di Galerio. Il margine ovest era segnato da una fila di pietre calcaree infisse nel terreno, mentre dall’altro lato le pietre erano poste di piatto, allo scopo di allargare la carreggiata. 

Il secondo tratto è stato invece identificato come una strada secondaria, un diverticolo che si staccava dalla Cornelia e saliva verso nord-nord-ovest, seguendo più o meno l’andamento dell’attuale via della Storta e ricollegandosi con la via Cassia. Questo percorso, individuato per una lunghezza di circa 140 metri, aveva anch’esso una larghezza di 3 metri. In antico, per proteggere e sostenere questi tracciati, furono costruiti anche due muri in laterizi, usati come muri di sostegno. 

Vicino alle strade sono emerse due sepolture. La più antica era coperta da tegole e coppi disposti in piano e conteneva lo scheletro di una donna tra i 30 e i 40 anni, accompagnata da pochi oggetti, come spilloni e aghi crinali in osso (accessori per fermare e sistemare i capelli). L’altra, più recente, era stata scavata accanto alla via Cornelia: era senza copertura e senza oggetti, segno di una sepoltura molto semplice. 

Tumulo di Casal SELCE, Tomba 6, vano A, Oinochoe in bucchero 

La tomba 6del tumulo di Casal Selce è la sepoltura principale del complesso. Si raggiungeva tramite un lungo dromos (corridoio di accesso) che portava a un vestibolo da cui si aprivano tre camere. Nel vano A è stato trovato un ricco corredo deposto sul pavimento, legato al banchetto e al consumo del vino, elementi tipici delle sepolture aristocratiche dell’età orientalizzante (VII secolo a.C.). 

Tra gli oggetti spicca un’oinochoe in bucchero, una brocca usata per versare il vino. Il bucchero è una ceramica nera e lucida, molto amata dagli Etruschi per la sua eleganza. Alla base del collo corre una fascia di piccole decorazioni a ventaglio, mentre il corpo è ornato da linee verticali incise. 

La forma deriva da modelli in metallo provenienti da Fenicia e Cipro. Questi oggetti, nati in Oriente, furono presto imitati in ceramica nelle officine etrusche, diventando simboli di gusto e prestigio. 

Databile alla metà del VII secolo a.C., l’oinochoe di Casal Selce racconta l’eleganza e l’apertura culturale delle aristocrazie etrusche, che attraverso il banchetto univano arte, potere e legami con il mondo mediterraneo. 

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