Tumulo di Casal Selce, tomba 6, vano b, lebete in bronzo 

La  tomba 6 del tumulo di Casal Selce è la sepoltura più importante del complesso. Si raggiungeva tramite un lungo dromos (corridoio d’accesso) che portava a un vestibolo su cui si aprivano tre camere. Il vano B, il più grande, apparteneva a un uomo di alto rango e ha restituito un corredo ricchissimo. 

Tra gli oggetti trovati ci sono anfore da trasporto, vasi in bronzo, un flabello (ventaglio cerimoniale), una fibula d’argento e un piccolo cucchiaio in legno con manico in bronzo. Si tratta di oggetti legati al banchetto e alla vita quotidiana dell’aristocrazia, simboli di prestigio e raffinatezza. 

L’oggetto più prezioso è un lebete in bronzo (recipiente usato nei banchetti per mescolare o servire cibi e bevande), di forma troncoconica (a cono rovesciato) con anse decorate da volute e un fiore di loto.  

Il lebete, probabilmente realizzato a Vetulonia, mostra influenze cipriote (provenienti da Cipro) e somiglia a esemplari rinvenuti in tombe principesche del Lazio, come quella Bernardini di Palestrina. Modelli simili erano prodotti anche a Veio, dove se ne realizzavano versioni in ceramica. 

Questo raffinato vaso in bronzo racconta il lusso e le relazioni internazionali delle élite etrusche del VII secolo a.C., che attraverso oggetti come questo esprimevano potere e cultura.  

Tumulo di Casal Selce, tomba 6, vano a, kantharoi in bucchero 

La tomba 6 del tumulo di Casal Selce è una delle più importanti del complesso. Un lungo dromos (corridoio d’accesso) porta a un vestibolo da cui si aprono tre camere. Nel vano A sono stati trovati numerosi oggetti legati al banchetto, simbolo di prestigio e potere. 

Tra questi, tre kantharoi in bucchero (coppe da vino in ceramica nera e lucida) tipiche della cultura etrusca del VII secolo a.C. Queste coppe venivano usate durante i banchetti per bere vino e condividere il momento conviviale. Secondo alcune fonti antiche, potevano servire anche nel kottabos, un gioco da tavola in cui si lanciavano gocce di vino verso un bersaglio. 

Uno dei kantharoi ritrovati ha la coppa a forma di cono rovesciato, manici a nastro e piede a tromba. È un modello molto diffuso in Etruria tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. 

Nel vano è stato trovato anche un piccolo bastone in faience (materiale vetroso azzurro o verde, simile alla ceramica) con un possibile pomo in bronzo, forse simbolo di autorità. 

Il corredo del vano A racconta la ricchezza del proprietario e le abitudini raffinate delle aristocrazie etrusche, che attraverso il banchetto celebravano il loro rango e il legame con la cultura greca. 

Tumulo di Casal Selce, Tomba 6, vano C, Fibula d’Oro 

Nel tumulo di Casal Selce, la tomba 6 è la sepoltura principale: un grande complesso sotterraneo raggiungibile attraverso un lungo dromos (corridoio di accesso) che conduce a un vestibolo da cui si aprono tre camere. Nel vano C, sono stati ritrovati un carro e un ricchissimo corredo appartenente a una donna di alto rango

Tra i gioielli spiccano una fibula d’oro (spilla usata per fermare le vesti) con arco a forma di sfinge e una catenella con piccole perle, oltre a fermatrecce in argento e fibule rivestite in ambra. Questi oggetti, realizzati con materiali preziosi e tecniche raffinate, testimoniano la ricchezza e il prestigio della defunta. Il corredo ceramico, più semplice rispetto a quello delle altre camere della stessa tomba. 

La fibula d’oro è un oggetto di eccezionale qualità. Presenta una lunga staffa in lamina ripiegata e un leone alato realizzato a sbalzo (modellato dal retro) con grande abilità. Questo tipo di manufatto è raro e rappresenta uno dei migliori esempi dell’oreficeria etrusca del periodo orientalizzante (VII-VI secolo a.C.), quando le élite esprimevano il proprio potere attraverso ornamenti e oggetti di lusso. 

Fibule simili sono note in altri centri etruschi come Cerveteri e Vulci, ma quella di Casal Selce sembra anticiparne la produzione, datandosi tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. 

Casal Selce, tumulo d’età orientalizzante 

Nel 2022, durante lavori in via di Casal Selce 146, è stato scoperto un grande tumulo sepolcrale riferibile al territorio dell’antica Veio e risalente al VII secolo a.C. (età Orientalizzante). Il tumulo, di rango principesco, era costituito da camere funerarie coperte da un ampio accumulo di terra e pietre. Per dimensioni e visibilità, si distingueva nettamente nel paesaggio. Oltre a svolgere una funzione funeraria, il tumulo rendeva evidente la presenza e il prestigio della famiglia che lo aveva costruito.  

Il sepolcro comprende sei tombe: quattro vicine tra loro e due più distanti, a sud-ovest. Le sepolture appartengono a diversi tipi. Alcune sono tombe a camera ipogea (scavate nel terreno e raggiungibili attraverso un corridoio detto dromos), altre sono tombe a incinerazione (dove i resti del defunto venivano deposti dopo la cremazione), del tipo “a vestibolo a cielo aperto” o “a tramite”. Ci sono poi tombe con un corridoio e loculo laterale (una piccola nicchia per deporre il corpo) e con una camera unica sotterranea. 

I ricchi oggetti trovati all’interno, come vasi, armi e gioielli, permettono di datarle tra il 650 e il 600 a.C., nel periodo detto Orientalizzante, quando il Lazio risentiva dell’influenza artistica e culturale del mondo greco e orientale. 

La tomba principale, la numero 6, si trova al centro del tumulo e apparteneva a una famiglia nobile. Era preceduta da un lungo dromos (corridoio d’accesso) che portava a tre camere. Nella prima fu sepolta una donna di alto rango, con ornamenti e un servizio da banchetto in bucchero (ceramica nera e lucida). Nella seconda, un uomo con armi, vasi in bronzo e argento e oggetti legati al consumo del vino, segno di prestigio. La terza camera, più piccola, ospitava un’altra donna, con monili d’oro e un carro forse a quattro ruote. 

Vicino all’ingresso della tomba principale si trovano altre due sepolture: la tomba 2, forse di una coppia, e la tomba 5, mai utilizzata. Poco più lontano, la tomba 1 conteneva anch’essa due individui, un uomo e una donna, riconosciuti dagli oggetti trovati accanto ai resti. 

Le tombe 3 e 4, più tarde (V secolo a.C.), contenevano piccole nicchie chiuse da tegole e alcune coppe attiche a vernice nera (ceramica greca importata). Furono aggiunte in seguito per onorare gli antenati e mantenere viva la memoria della famiglia. 

Casalotti, sarcofago

Il sarcofago fu rinvenuto a Casalotti nei primi anni Settanta del Novecento durante lavori edilizi nel complesso “I Lauri”. L’area aveva già restituito la cosiddetta Villa di Casalotti, una necropoli con tombe alla cappuccina e sepolcri in muratura, un’iscrizione della gens Colia e un tratto di strada basolata identificato come diverticolo della via Cornelia, probabilmente di servizio alla villa e all’area funeraria. Il sarcofago è oggi conservato al Museo Nazionale Romano. 

Realizzato in marmo efesio, il sarcofago appartiene alla tipologia a ghirlande. La decorazione, rimasta incompleta, prevedeva ghirlande con bucrani (rappresentazioni stilizzate del cranio di bovino) e paterae (coppe rituali decorative) secondo modelli diffusi nelle officine di Efeso tra II e III secolo d.C., con tre ghirlande sui lati lunghi e una su ciascun lato breve. La cassa presenta zoccolo sporgente e cornice scanalata con angoli a peduccio; le lacune visibili sono probabilmente dovute al recupero del sarcofago, effettuato con l’ausilio di mezzi meccanici. 

Il reperto testimonia la circolazione a Roma, nel II secolo d.C., di sarcofagi dall’Asia Minore, anche in forma semilavorata. L’iscrizione della gens Colia suggerisce inoltre la presenza nell’area di una comunità con legami con l’Oriente mediterraneo, che attraverso le scelte funerarie esprimeva la propria identità culturale e il proprio status sociale. 

Castel di Guido, Domizia in vesti di Diana 

La statua, nota come “Domizia in vesti di Diana” o “Diana di Castel di Guido”, fu rinvenuta nel 1776 dall’antiquario scozzese Gavin Hamilton presso l’antica Lorium, lungo la via Aurelia. Poco dopo il ritrovamento fu acquisita dai Musei Vaticani ed è oggi conservata nel Museo Pio-Clementino. 

 
La scultura, alta 136 cm e realizzata in marmo bianco, è composta da due parti non pertinenti: il corpo, databile alla prima metà del II secolo d.C., e la testa-ritratto, più antica (70–80 d.C.). Raffigura una giovane donna nelle vesti di Diana cacciatrice, ma con un abbigliamento più sobrio rispetto all’iconografia tradizionale della dea. Questo aspetto ha portato a escludere che si tratti della divinità e a interpretare l’opera come un ritratto femminile idealizzato. 

L’attribuzione a Domizia Longina, moglie di Domiziano, risale al Settecento e si basava soprattutto sull’acconciatura, ritenuta simile a quella delle imperatrici flavie. Oggi questa identificazione non è considerata fondata: è più probabile che la statua rappresenti una giovane donna di alto rango, ma non l’imperatrice. 

Dal punto di vista stilistico, il panneggio sottile e aderente, trattato con effetto quasi trasparente, richiama modelli classici e conferisce alla figura un carattere idealizzato. 

La “Diana di Castel di Guido” rientra nella tradizione romana di raffigurare donne reali con l’aspetto di una divinità, soprattutto in ambito funerario o celebrativo. L’assimilazione a dee come Giunone, Cerere o Diana serviva a esprimere simbolicamente le virtù e lo status sociale della figura rappresentata. In questo caso, la scelta di Diana richiama purezza, riserbo e nobiltà morale, sottolineando l’elevato rango della giovane ritratta. 

Casalotti, villa romana 

All’incrocio tra l’attuale via di Casalotti e via Borgo Ticino, negli anni Trenta del secolo scorso, vennero alla luce i resti di una villa romana. Gli scavi archeologici, condotti a più riprese, hanno permesso di definirne l’estensione e di ricostruirne le principali fasi edilizie, comprese tra la media età repubblicana e l’età altomedievale. Le indagini del 2024, nell’ambito del progetto PNRR “Caput Mundi”, hanno ampliato le conoscenze sull’area, confermandone la lunga continuità di vita. 

La villa, situata lungo un diverticolo dell’antica via Cornelia, venne edificata nel II secolo a.C.; a questa prima fase costruttiva sembrano riferibili una cisterna e alcuni cunicoli scavati nel banco di tufo.  

Nel II secolo d.C. il complesso fu riorganizzato distinguendo nettamente il settore produttivo da quello residenziale. Il primo comprendeva ambienti con pavimenti in cocciopesto, un torcular (torchio per la spremitura di uva o olive) connesso alla produzione di olio e/o vino e un deposito con otto dolia (grandi contenitori in terracotta per la conservazione); il liquido prodotto confluiva in una vasca rivestita in cocciopesto e malta idraulica attraverso una canaletta diretta a un pozzo. Il settore residenziale era dotato di pavimenti musivi e intonaci dipinti e includeva un impianto termale in opera laterizia, orientato per sfruttare l’esposizione solare. Le terme comprendevano apodyterium (spogliatoio), frigidarium (ambiente per i bagni freddi) con mosaico a soggetto marino raffigurante Nereidi su mostri marini, vasche laterali e ambienti riscaldati con sistema ad ipocausto. All’esterno è stata individuata una grande vasca profonda circa 2,90 m, successivamente dismessa e colmata in età tardo-antica. Tra i reperti rinvenuti figurano condotte in piombo, una delle quali riporta il nome di Calpurnia Caeia Marcellina, forse proprietaria della villa.  

Nel IV secolo d.C. l’impianto subì una nuova ristrutturazione; tra V e VI secolo alcuni ambienti vennero smantellati per recuperare materiali e all’interno del praefurnium fu costruita una piccola fornace per la lavorazione del vetro, fino al progressivo abbandono tra VI e VII secolo. 

Castel di Guido, fullonica  

Tra il 1994 e il 1995, durante indagini archeologiche preventive tra via Castel di Guido e via G. Sodini, sono emersi diversi resti di età imperiale: resti di un edificio, un tratto di strada lastricata, una necropoli e un impianto artigianale. Quest’ultima, situata a valle della strada, è stata interpretata come una fullonica, sarebbe a dire un impianto per il lavaggio e il trattamento dei tessuti. 

Sono stati messi in luce quattro ambienti con vasche rivestite in cocciopesto (un rivestimento impermeabile di malta e tritume di laterizi), canalizzazioni e strutture murarie in opera laterizia e pietra calcarea. Nell’ambiente principale erano presenti due vasche comunicanti: una quadrata, con lo scarico nell’angolo, e una seconda più piccola ma più profonda, alimentata attraverso appositi condotti. Attorno si aprivano altri vani con pareti impermeabilizzate e canali ricavati nel nucleo dei muri. 

L’analisi delle murature ha permesso di distinguere almeno tre fasi costruttive, comprese tra I e II secolo d.C.; periodo oltre il quale l’impianto non risulta più in uso. La presenza di vasche comunicanti, rivestimenti impermeabili e un articolato sistema di scarico indica un’attività basata sull’uso intensivo dell’acqua. L’assenza di elementi legati alla produzione di olio o vino rafforza l’interpretazione dell’impianto come fullonica.

Montespaccato, torre dell’Acquafredda 

La torre dell’Acquafredda si trova nel settore nord-occidentale di Roma, all’interno della Riserva Naturale della Tenuta di Acquafredda, istituita nel 1997. L’area, che si estende tra le vie Aurelia e Boccea, conserva ancora oggi un paesaggio agricolo con casali e terreni coltivati. 

Il nome “Acquafredda” compare per la prima volta in una bolla papale del 1176, come fundus Aquae frigdule, proprietà dei monaci di San Pancrazio. Probabilmente si riferiva alle acque fresche del vicino fosso della Magliana, un corso d’acqua che un tempo scorreva tra campi e sorgenti naturali. Secondo una tradizione, proprio in questa zona si sarebbe accampato il re goto Totila durante l’assedio di Roma nel 547 d.C. 

Nel corso del XIII secolo, sulle alture tra i fossi dell’Acquafredda e della Magliana, viene edificata la Torre dell’Acquafredda, in prossimità della via Aurelia, in un’area già interessata in età romana da insediamenti rurali. La torre, a pianta quadrata e articolata su più livelli, rientra nel sistema delle torri medievali della campagna romana, strutture oggi interpretate principalmente come strumenti di controllo territoriale e gestione fondiaria, oltre che di sorveglianza della viabilità. 

La parte inferiore dell’edificio è realizzata con scaglie di selce e materiali di reimpiego, mentre l’elevato superiore impiega laterizi. Nel XVI secolo la torre viene inglobata in un casale rurale, assumendo una funzione agricola che ne ha garantito la conservazione fino all’età moderna. 

Castel di Guido, stazione di sosta 

Indagini preliminari condotte nel 1997 nell’area del piazzale di Castel di Guido hanno restituito evidenze utili alla ricostruzione topografica dell’antica Lorium

Sono stati individuati tre nuclei edilizi vicini tra loro, verosimilmente pertinenti a un unico complesso di grandi dimensioni: a nord, due ambienti rettangolari pavimentati a mosaico, riferibili ad almeno due fasi costruttive; a ovest, una serie di vani quadrangolari paralleli ai precedenti; a circa 80 m verso sud-est, un’ulteriore struttura con analoghe caratteristiche costruttive e medesimo orientamento. 

Benché le strutture presentino elementi compatibili con una villa suburbana, l’interpretazione più convincente è quella di una stazione di sosta (mansio), tipologia spesso difficilmente distinguibile dalla villa per affinità planimetriche e per documentati fenomeni di riconversione funzionale. L’ipotesi trova riscontro nel contesto topografico: le fonti attestano infatti una stazione di posta a Lorium, la prima da Roma lungo la via Aurelia, verosimilmente collocabile tra la Bottaccia e Castel di Guido. Le strutture rinvenute sono orientate quasi parallelamente alla via Aurelia, il cui tracciato corre circa 50 m più a nord; nello spazio intermedio è plausibile ipotizzare la presenza di un portico. Inoltre, la collocazione presso un nodo viario — dove l’Aurelia si intersecava con un tracciato secondario oggi riproposto da via della Riserva del Bamboccio a nord e da via Sodini–via dell’Asopagliatore a sud — rafforza tale interpretazione. 

In questa prospettiva, i due ambienti mosaicati si configurerebbero come spazi di accoglienza per il soggiorno o il pernottamento, mentre i vani quadrangolari potrebbero aver svolto funzioni di servizio, quali magazzini e stalle. 

In assenza di dati cronologici puntuali, il complesso è attribuito genericamente all’età imperiale sulla base dell’impiego dell’opera laterizia, in una cronologia coerente con quella delle stazioni di posta note. 

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