Montespaccato, torre dell’Acquafredda 

La torre dell’Acquafredda si trova nel settore nord-occidentale di Roma, all’interno della Riserva Naturale della Tenuta di Acquafredda, istituita nel 1997. L’area, che si estende tra le vie Aurelia e Boccea, conserva ancora oggi un paesaggio agricolo con casali e terreni coltivati. 

Il nome “Acquafredda” compare per la prima volta in una bolla papale del 1176, come fundus Aquae frigdule, proprietà dei monaci di San Pancrazio. Probabilmente si riferiva alle acque fresche del vicino fosso della Magliana, un corso d’acqua che un tempo scorreva tra campi e sorgenti naturali. Secondo una tradizione, proprio in questa zona si sarebbe accampato il re goto Totila durante l’assedio di Roma nel 547 d.C. 

Nel corso del XIII secolo, sulle alture tra i fossi dell’Acquafredda e della Magliana, viene edificata la Torre dell’Acquafredda, in prossimità della via Aurelia, in un’area già interessata in età romana da insediamenti rurali. La torre, a pianta quadrata e articolata su più livelli, rientra nel sistema delle torri medievali della campagna romana, strutture oggi interpretate principalmente come strumenti di controllo territoriale e gestione fondiaria, oltre che di sorveglianza della viabilità. 

La parte inferiore dell’edificio è realizzata con scaglie di selce e materiali di reimpiego, mentre l’elevato superiore impiega laterizi. Nel XVI secolo la torre viene inglobata in un casale rurale, assumendo una funzione agricola che ne ha garantito la conservazione fino all’età moderna. 

Castelluccia, castello d’età medievale e post-medievale 

Il castello della Castelluccia si trova lungo la via Cassia, nel settore settentrionale dell’Agro romano, in un’area oggi compresa nel Parco di Veio. La collocazione lungo un’antica strada consolare suggerisce un legame con il controllo del territorio e delle vie di comunicazione tra Roma e l’Etruria. 

L’impianto medievale è generalmente datato tra XII e XIII secolo. Il sito presenta tracce di frequentazione di età romana, verosimilmente riferibili a una villa rustica o a un insediamento produttivo. Il riutilizzo di strutture e materiali antichi costituiva una pratica diffusa nell’Agro romano medievale: le nuove fortificazioni si sviluppavano spesso su preesistenze romane, sfruttandone le fondazioni e reimpiegandone elementi murari. Anche alla Castelluccia alcune parti più antiche risultano inglobate nelle strutture successive, a indicare una continuità d’uso dell’area nel tempo. 

In origine il complesso ebbe probabilmente carattere difensivo e di presidio territoriale, in coerenza con il fenomeno dell’incastellamento che interessò il Lazio tra alto e pieno Medioevo. Con il progressivo mutare delle condizioni politiche e militari, la funzione strettamente difensiva si attenuò e l’edificio fu oggetto di trasformazioni che ne accentuarono il carattere residenziale. 

Nel corso dei secoli la proprietà è attribuita a diverse famiglie dell’aristocrazia romana, tra cui i Cancellieri, i Muti, i Cenci, gli Orsini, i Giustiniani e gli Odescalchi. Gli interventi architettonici documentati come la realizzazione di una torre nel Quattrocento e l’aggiunta della cappella di Santa Barbara nel Cinquecento riflettono le diverse fasi di trasformazione del complesso. Tra Sei e Settecento l’edificio assunse progressivamente l’aspetto di una dimora signorile di campagna, inserita nel sistema delle grandi proprietà rurali dell’Agro romano. 

Porcareccia, castello della Porcareccia 

Il Castello della Porcareccia sorge su uno sperone di roccia che domina la campagna romana, non lontano da via di Boccea. Le sue origini risalgono all’alto medioevo, quando in quest’area si trovava una torre di avvistamento usata per controllare il territorio. 

La prima notizia documentata risale al 1002, quando la tenuta della Porcareccia venne donata ai canonici di Monte Brianzo. All’epoca il luogo era già abitato e coltivato in modo stabile. Dal Cinquecento il castello passò di mano più volte, appartenendo a importanti famiglie romane come i Borghese, i Salviati e i Lancellotti. Nel 1693, quando il castello era di proprietà dell’Ordine di Santo Spirito in Saxia, all’interno del cortile fu costruita una piccola chiesa dedicata a Santa Maria, dalle linee sobrie e armoniose, destinata agli abitanti della tenuta. Dal 1932 il complesso appartiene alla famiglia Giovenale, che lo utilizza ancora come residenza. Si conservano tratti delle mura e parte dell’impianto medievale. Nei giardini si trovano frammenti ed elementi architettonici antichi, riutilizzati come decorazioni. 

Sul lato opposto del borgo si trova la chiesa delle Sante Rufina e Seconda, costruita tra il 1950 e il 1954, che rinnova il legame con il culto delle due martiri lungo la via di Boccea.  

Galeria Antica, borgo abbandonato 

Galeria Antica si trova a circa 30 km a nord-ovest di Roma, lungo la via Braccianese-Claudia, su uno sperone di tufo affacciato sul fiume Arrone. Il sito si estende su un’area di circa 40 ettari ed è inserito in un contesto paesaggistico di grande valore naturalistico; dal 1999 è tutelato come Monumento Naturale. 

Le origini del borgo non sono del tutto chiare. In passato è stata ipotizzata una connessione con l’antico centro etrusco di Careia, citato anche in età romana come stazione lungo la via Clodia, ma al momento questa identificazione non è confermata da dati archeologici certi. Una fase di popolamento documentata si colloca invece nell’VIII secolo, durante il pontificato di papa Zaccaria I, con la creazione di una domusculta, ovvero una grande azienda agricola controllata dal papato. Nell’IX secolo, sotto papa Gregorio IV, l’insediamento assunse la forma di una curtis, centro produttivo e amministrativo del territorio. 

Dopo le incursioni saracene, l’abitato fu ricostruito all’inizio dell’XI secolo dai conti di Galeria e trasformato in un borgo fortificato, assumendo l’aspetto medievale ancora oggi riconoscibile. Nei secoli successivi il controllo del sito passò a importanti famiglie nobiliari romane, tra cui Orsini, Colonna, Caetani, Savelli e Sanseverino, e il borgo perse progressivamente il suo ruolo difensivo per assumere una funzione prevalentemente agricola. 

A partire dal XVIII secolo Galeria Antica conobbe un rapido declino demografico, dovuto soprattutto alla diffusione della malaria nelle zone umide circostanti. Nel 1809 gli ultimi abitanti abbandonarono il borgo e si trasferirono poco distante, fondando il nuovo centro di Santa Maria di Galeria Nuova. 

Oggi Galeria Antica è un borgo completamente disabitato, immerso nella vegetazione. Sono ancora visibili i resti delle abitazioni, tratti delle mura, un torrione e il campanile della chiesa di San Nicola, ricostruita nel XVIII secolo. All’interno dell’antico abitato sorgevano anche il castello e altre chiese, oggi scomparse. Il sito rappresenta un raro esempio di borgo medievale abbandonato nei pressi di Roma, dove le rovine storiche si integrano in modo suggestivo con il paesaggio naturale. 

Rinvenimenti in località Santa Rufina

Al km 8 di via di Boccea, in località Santa Rufina, gli scavi del 1965 hanno riportato alla luce un complesso stratificato che documenta l’evoluzione dell’area dall’età etrusca all’alto medioevo. 

Le prime fasi attestano uno sfruttamento agricolo e produttivo del territorio. Tra età etrusca ed epoca repubblicana furono realizzati cunicoli nel tufo per la raccolta e canalizzazione delle acque. In età repubblicana sorse una villa romana a funzione residenziale e agricola, frequentata fino alla tarda età imperiale. In epoca imperiale l’area fu dotata di cisterne, canali e cave per l’estrazione del tufo. 

Dalla metà del III secolo d.C. il sito assunse carattere funerario: sono documentate sepolture in un vano rettangolare orientato NO-SE e quattro gallerie catacombali, una delle quali, lunga 6,50 m, conserva dieci loculi lungo le pareti. 

Tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.C. fu costruito un mausoleo circolare di 6 m di diametro, parzialmente scavato nel tufo e decorato con mosaici, intonaci dipinti e rivestimenti marmorei; due sepolture nella parte orientale indicano un probabile accesso da ovest. 

Agli inizi del IX secolo il mausoleo venne smantellato e i materiali reimpiegati per edificare un grande ambiente rettangolare con pavimento a mosaico geometrico, identificato da alcuni con la Basilica delle Sante Rufina e Seconda, mentre l’area continuava a essere utilizzata come necropoli. 

Bocceola, Casale rinascimentale e castello

Sul pianoro di Bocceola, circondato da scarpate naturali che lo rendevano facile da difendere, si trovano i resti di un complesso costruito in epoche diverse. La posizione elevata fa pensare che qui sorgesse l’antico castello di Boccea, distrutto nel 1341. 

L’edificio principale è un casale di epoca rinascimentale a più piani, costruito con materiali di recupero come tufo, travertino e marmo provenienti da strutture più antiche. Sul lato orientale si alzano robusti contrafforti in cemento e pietra lavica, collegati da due archi in mattoni. Nei sotterranei restano due ambienti coperti a volta: uno in mattoni disposti di taglio, l’altro in cementizio con frammenti di tufo e pietra lavica. A sud del casale si apre una piccola galleria scavata nella roccia. Un secondo edificio, rettangolare e con tetto inclinato, segnava probabilmente l’ingresso del complesso. Un terzo edificio, con mura molto spesse e copertura a botte, era forse una cisterna, poi inglobata da costruzioni successive e coperta da un tetto a doppia falda. 

Secondo le fonti storiche, in quest’area sorgeva un insediamento fortificato collegato alla torre semaforica dell’Oliveto (torre di segnalazione o avvistamento), parte di un sistema di controllo del territorio e della via Cornelia. Tra riusi e trasformazioni, Bocceola conserva le tracce di una lunga storia in cui architettura rurale e memorie medievali si fondono nel paesaggio. 

Bocceola, ambienti ipogei 

Nel settore meridionale del pianoro noto come Bocceola sono state individuate alcune cavità di interesse archeologico, collegate agli edifici del casale rinascimentale di Boccea. Si tratta di ambienti scavati direttamente nel banco di tufo, oggi in parte riutilizzati. 

Sui versanti meridionale e occidentale del pianoro si aprono quattro grandi ambienti sotterranei, coperti a volte. In origine questi spazi erano probabilmente usati come ricoveri per il bestiame; oggi sono stati adattati a nuovi usi. Nei pressi del casale si trova anche un cunicolo scavato nel tufo, orientato in direzione nord-ovest/sud-est, collegato a un ambiente semipogeo, cioè solo in parte interrato. Questo ambiente presenta pareti rivestite in cocciopesto, un intonaco impermeabile ottenuto mescolando calce e frammenti di laterizio, ed è coperto da una volta realizzata con mattoni disposti di taglio. In corrispondenza di questo settore passa oggi la strada sterrata che conduce al casale. 

Gli ambienti ipogei e semipogei sono da mettere in relazione con il casale di Boccea, costruito sopra un castello medievale distrutto nel 1341. È possibile che queste strutture facessero parte del nucleo abitativo e difensivo del castello, poi riutilizzato e trasformato nel corso dei secoli. 

Colle di Tragliata, struttura muraria

A circa 150 metri a sud-est del colle di Tragliata, lungo la sponda orientale del Rio Maggiore, è visibile un tratto di struttura muraria realizzata in blocchetti di tufo, oggi in parte crollata. I resti emergono in prossimità del corso d’acqua e sono riconoscibili per l’andamento lineare e la tecnica costruttiva. 

La struttura è attribuibile in via ipotetica all’età medievale. È probabile che il muro attraversasse in origine il torrente e che fosse collegato al tracciato della via Cornelia, un’antica strada romana che in questa zona continuò a essere utilizzata e adattata anche nel corso del medioevo. 

Nel loro insieme, questi resti testimoniano il riuso e la trasformazione delle infrastrutture viarie antiche nel paesaggio medievale del territorio di Tragliata. 

Castel di Guido, Santa Maria nel Castrum 

Il sito di Santa Maria nel Castrum si trova nell’area di Castel di Guido, nel settore occidentale del territorio romano. In età medievale l’area si configura come un castrum fortificato, attestato per la prima volta nel 1073 in un atto di donazione a favore del monastero di San Gregorio al Celio. 

All’interno dell’insediamento, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, fu costruita la chiesa di Santa Maria, citata nei documenti medievali come ecclesia Sanctae Mariae castri Guidonis. La chiesa costituiva il centro religioso della comunità locale e un punto di riferimento per chi percorreva le strade della zona. 

L’edificio, in stile romanico, era realizzato con murature in blocchi di tufo, mattoni e materiali di reimpiego di età romana. Oggi si conservano tratti delle murature perimetrali e dell’abside, la struttura semicircolare posta sul fondo della chiesa. La pianta doveva essere semplice, con un’aula rettangolare a navata unica e abside orientata a est; la facciata in origine doveva essere affiancata da un campanile. 

Gli scavi archeologici hanno restituito resti di pavimentazione in cocciopesto, una miscela di malta e frammenti di laterizio, tracce di intonaco dipinto e frammenti architettonici legati all’altare. Nel suo insieme, il sito testimonia la continuità e le trasformazioni del territorio di Castel di Guido tra l’età romana e il medioevo. 

Monte Procoio, ambienti ipogei e pozzo 

Sul versante meridionale di uno dei pianori occidentali di Monte Procoio si trova un grande ambiente sotterraneo, scavato interamente nel banco di tufo. È di forma rettangolare, coperto da una volta a botte e di dimensioni notevoli: circa sedici metri di lunghezza, quasi sei di larghezza e poco più di due metri di altezza.  

L’ingresso si apre sul lato sud ed è stato regolarizzato in antico con un muro costruito usando schegge di lava, laterizi e materiali di riuso. Tra questi si riconosce anche un frammento di soglia in marmo bianco, probabilmente proveniente da un edificio più antico. Le pareti interne dell’ambiente sono scandite da numerose nicchie: sedici lungo il lato est, tre sul lato nord e dodici sul lato ovest, tutte di dimensioni simili. 

Nella volta è stato scavato un pozzo profondo circa cinque metri, con una forma a bottiglia, che metteva in comunicazione l’ambiente sotterraneo con il pianoro sovrastante. Proprio la presenza del pozzo ha portato alcuni studiosi a interpretare il vano come una cisterna per la raccolta dell’acqua. Tuttavia, le molte nicchie lungo le pareti hanno suggerito anche un possibile uso funerario, come colombario o spazio destinato alla deposizione dei defunti. 

Nelle immediate vicinanze sono stati notati altri ambienti scavati nel tufo, oggi completamente ricolmi di terra. In questi punti sono stati trovati frammenti di ceramica, privi di decorazione, che indicano una frequentazione dell’area in età antica. Sul pianoro soprastante, infine, è stato individuato un insediamento di età medievale, che testimonia una continuità di utilizzo del luogo anche in epoche successive. 

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